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Le Pesche al Cioccolato di Zia Desolina

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Questa ricetta appartiene alla mia adorata Prozia Desolina nata nel 1899 a Modena. La Prozia non aveva figli e ha cresciuto me come la figlia che non aveva mai avuto. Devo a lei quindi tantissimi insegnamenti: mi ha insegnato ad andare in bicicletta, a pattinare con i pattini a rotelle nella sua grande casa. Della mia cara prozia ricordo anche i bauli pieni di abiti dell’Inizio del Novecento che si aprivano generando il nostro incanto quando la sua casa si apriva oltre che a me anche alle mie amichette.
Non era una cuoca espertissima perchè molto sbadata, ma alcune ricette come quella delle pesche al cioccolato le riuscivano particolarmente bene.

Paola

Ricetta
Ingredienti: 4 o 5 pesche gialle, 200 gr di cioccolata in polvere, 2 cucchiai di zucchero, una bustina di vanillina, 8-10 amaretti secchi, un tuorlo d’uovo, una nocina di burro.
Scavare nel centro le pesche e unire tutti gli ingredienti alla polpa opportunamente tritati e amalgamati. Si riempie l’incavo della pesca e si mette al forno per mezz’ora, quaranta minuti al massimo a 200 gradi. Si consiglia di mangiarle fredde.

Bensone alla marmellata di cocomera

Questa ricetta è molto antica ma mi riservo di sapere con esattezza l’origine della tradizione che pur essendo della bassa modenese, è conosciuta molto poco.
La particolarità consiste nella marmellata, la cui cocomera matura nel mese di novembre/dicembre. La forma e il colore sono simili a quelle che si consumano d’estate ma l’interno è di colore bianco, giallino con i semi neri e bianchi. Fare la marmellata è un processo molto lungo perché la polpa va tagliata in tanti pezzi piccoli come un dado da cucina. Si tolgono tutti i semi e si lascia macerare una notte intera con il limone e lo zucchero. Il giorno successivo si mette a bollire in un paiolo e si mescola di tanto in tanto. Il colore bianco durante la cottura diventa rosso e infine la colorazione diventa scura, tutto questo dopo 12 ore! Si procede poi a riporla nei vasetti in modo naturale o con un po’ di anice nella parte superiore prima di chiudere ermeticamente il vaso. Anche l’impasto del bensone assomiglia a quelli che comunemente i nostri nonni hanno tramandato ai nostri genitori ma sono rimasta sorpresa dal trattamento finale di questo dolce: prima di infornarlo forare la superficie del bensone e spennellare con latte freddo e cospargere un po’ di zucchero. Nella tradizione della mia famiglia si procedeva a spennellare con il rosso d’uovo. La differenza consiste nel fatto che nel primo caso l’impasto rimane morbido, nell’altro, diventa più secco. Inoltre, per fare un buon bensone, è necessario usare il burro di alta qualità , non dietetico! Ancora oggi, quando riesco a reperire le uova che vengono dal pollaio, noto la differenza dell’impasto rispetto quando utilizzo quelle industriali. Grazie della possibilità di diffondere queste preziose ricette affinché  rimangano nelle tradizioni delle cose buone non solo da ricordare… ma anche di mangiarle ancora e degustarle con altre persone.

Marisa (Associazione Culturale “L’Incontro”)

Ricetta
Ingredienti: Kg. 1 farina, gr. 500 zucchero, gr. 5oo burro, n. 1 limone grattugiato, n. 4 uova, n.2 bustine lievito bertolini (da 16 gr.), n. 1 vasetto marmellata di cocomera.

Il burro va sciolto a bagnomaria e si lascia raffreddare. Si  prepara la farina con lo zucchero e al centro mettere le uova, cominciare a mescolare e aggiungere anche gli altri ingredienti. Se l’impasto risultasse un po’ duro aggiungere un po’ di latte. Preparare sul tagliere la carta forno a forma rettangolare e porgere sopra una parte dell’impasto. Stenderla bene con il matterello in modo da coprire tutta la carta sottostante e lo spessore deve essere di circa mezzo cm. Mettere la marmellata sulla metà dell’impasto e si solleva con la carta l’altra metà per chiuderlo bene. Attenzione: non deve fuoriuscire la marmellata. Poi forare con una forchetta il bensone, spennellarlo con del latte e aggiungere sopra un po’ di zucchero. Infornare a 180° per  circa mezz’oretta.

Una domenica gialle, una domenica verdi

tagliatelle verdi_Valerio

E’ sempre stata così per me la domenica, fin dove arriva il mio ricordo, e così sarà sempre.

Cos’è questo buon odorino ? Dalla porta a vetri della cucina viene una luce; dev’essere già mattina e dev’essere domenica. Sicuramente è domenica, perché la domenica ha sempre questo profumo. Sicuramente di là c’è la nonna che sta facendo il ragù e sicuramente sta preparando le lasagne. Non c’è alcun dubbio su questo, è una certezza ! Non ho paura, non posso avere paura perché tutto ha un suo ordine, tutto si svolge secondo un ritmo sempre uguale.

Potrei avere 3, 5 o 7 anni, oppure 10, non importa niente potrà mai far sì che alla domenica non mangi le mie lasagne. Adesso mi alzo, vado in cucina dalla nonna che fa la sfoglia, le sue mani creeranno un’altra magia ma questa volta le chiederò di farmele verdi con gli spinaci. L’alternarsi della sfoglia gialla o verde mi permetteva di distinguere una domenica dall’altra: la domenica gialla e la domenica verde. La nonna sul tagliere creava un ‘vulcano’ bianco con la bocca al centro, dentro ci faceva cadere tanti piccoli soli color giallo rosso e il cratere inghiottiva un’intricata foresta di colore verde. Mi sembrava un incantesimo il movimento lungo, costante, delle mani mentre impastavano e il profumo del ragù che sobbolliva per ore sul fuoco, marcava le mie narici di un ricordo indelebile. Un profumo a cui è legato ancora oggi come tante perle di un unico filo, oggetti, volti, voci, ma anche sogni, speranze, attese. E capisco che il mondo è fatto di infiniti mondi. La persona che sono io oggi, è il risultato di innumerevoli persone che mi hanno amato, pianto per me, ma anche riso e giocato con me. E capisco che non è vero che il passato non esiste più, è sempre lì in attesa di un debole profumo di ragù. Ogni attimo vissuto che sembra non poter più tornare, è in realtà senza tempo, rimane per sempre, al di là del suo apparente trascorrere.

Valerio

 

Ricetta classica per lasagne emiliane

Ingredienti per il ragù

1 kg di carne tritata manzo e maiale; 50 gr di strutto; sedano/carote/cipolle dorate; 500 gr di passata di pomodoro, sale grosso, un pizzico di pepe , un bicchiere di vino rosso

Ingredienti per la sfoglia verde

300 gr di farina 00; 50 gr spinaci ;noce moscata ; 2 uova

Ingredienti per la besciamella

1 lt di latte; 90 gr di burro; 60 gr di farina;sale e noce moscata;150 gr di formaggio grana grattugiato

Procedimento
Preparare il ragù versando in una padella con lo strutto un trito di sedano, carota e cipolle. Unire anche gli odori e fare rosolare bene. Aggiungere la carne, rosolare anche questa e bagnare con il vino. Farlo evaporare ed aggiungere la passata di pomodoro. Coprire con il coperchio, regolare di sale e pepe e proseguire la cottura per 3-4 ore. Preparare la besciamella facendo bollire il latte insieme al sale e la noce moscata. In una padella fare il roux con burro e farina, unire il latte a filo e mescolando per evitare la formazione di grumi. Fare addensare continuando a mescolare. Adesso preparare la sfoglia verde impastando la farina, gli spinaci sbollentati e tritati, la noce moscata e le uova. Impastare bene fino ad ottenere un composto omogeneo e tirarlo con l’apposita macchinetta, ottenendo delle sfoglie sottili. Sbollentarle in acqua bollente salata. Disporre sul fondo di una teglia uno strato di ragù, uno di lasagne, un altro di ragù, poi la besciamella, e continuare così unendo anche del formaggio grattugiato. Cuocere in forno caldo a 180 °C per circa 30 minuti.

 

I tortellini appesi a un filo…

Si partiva la mattina molto presto, per finire la sera tardi: un lavoro preciso e accurato, come voleva la nostra “maestra di stringitura” di quasi 90 anni… tutti uguali e messi in fila come una squadra di cadetti all’adunata! La cosa misteriosa era che nessuna di noi due sapesse quante uova erano state impastate; se durante la lavorazione chiedevo:” ma quante uova sono in tutto? la risposta era vaga e sfuggente “mah, non ricordo…” rispondeva, forse 18 o 20, per arrivare al numero reale finale di 30/35 uova di pasta. E cosi si andava avanti raccontando  storie di vita vera, che riempivano il cuore  e la mente di noi che li, intorno a quel tavolo saremmo rimaste per ore e ore…
E non finivamo mai… ogni tanto buttavo l’occhio alla pentola del pesto che non calava, però mi piaceva ascoltare i vissuti di quel tempo a me sconosciuto, ma tanto prezioso per le nonne e per me che in poco tempo imparavo la lezione più importante della vita che avevo davanti.
Quanto Amore raccoglievo!!
Si!, Si producevano tortellini con il gusto e il sapore di una vita povera, ma allo stesso tempo ricca di emozioni, sorprese, sensazioni, azioni spensierate di una allegra gioventù, sensazioni che davano al tutto un profumo di incanto sorprendente! Rimanevo a bocca aperta a ogni racconto,  mi sentivo fortunata e improvvisamente grande, insieme a loro che di crostini e tortellini ne avevano mangiati tanti!! Il brodo con cui venivano cotti i mitici tortellini, veniva fatto bollire per ore e ore… e insieme alla gallina veniva aggiunto un “pezzo di girello” (manzo) per rendere il brodo più ricco. Non ho mai capito perchè questi fratelli Vincenzi avessero tanto potere culinario, ma ancora oggi vedo nell’aria quel filo trasparente che unisce la loro maestria nella preparazione delle carni, a quello della terra e della natura che regala i suoi frutti, del fumo e del profumo che avvolge la nostra cucina. E’ un filo invisibile che congiunge me e le nonne in un sapore infinito di ricordi.

Marzia

Ricetta

Ingredienti: 1 kg di carne cosi suddivisa, 400 gr di polpa di maiale, 200 gr di salciccia di maiale, 200 gr di prosciutto crudo, 200 gr di mortadella, parmiggiano reggiano a piacere, un pizzico di noce moscata 

Si andava ad acquistare la carne e gli affettati nella mitica macelleria storica di Soliera dei fratelli Vincenzi, che macinavano per ben due volte sia la carne che gli affettati, per dare a tutto il pesto un sapore più raffinato. iIl formaggio, ingrediente principe, proveniva dalla roulotte di Cavezzo nel mercato settimanale del sabato, quella del martedi non era ai suoi livelli. Le uova erano delle galline allevate in famiglia e la farina proveniva dal molino di Ganaceto, luogo in cui ogni anno la nostra azienda agricola portava il grano a macinare. Questo intruglio veniva poi fatto “scottare” sul fuoco lentamente e poi lasciato raffreddare per poterlo lavorare. Il formaggio era l’ultimo ingrediente ad essere aggiunto, si procedeva poi ad amalgamare il tutto!

La mia vita con te… il mio tutto!

Una compagna di gioco, una compagna di avventure, una vita vissuta insieme a te; a te che ogni giorno mi tendi la mano; a te che mi hai insegnato a regalare sempre un sorriso e a pensare sempre positivo tutto racchiuso in un unica parola: “mamma”.
Quanti giorni passati insieme per poter trovare una ricetta adatta a me, per farmi mangiare come tutti gli altri visto che a 18 anni ho scoperto di essere allergica al beta-lattogobulina e   all’alfa-lattoalbumina (proteine del latte). Mi ricordo che una sera d’inverno avevi invitato gente e tu avevi preparato un bel piatto di tortelloni io sapevo di non poterli mangiare, ma  tu come sempre di nascosto sei riuscita a prepararmi dei tortelloni buonissimi; mi ricordo ancora la ricetta, per la pastella: farina, uova, sale e un cucchiaino di acqua tiepida in caso di bisogno e per il ripieno: pane raffermo nel brodo di carne, cubetti di prosciutto cotto e asparagi cotti. Mamma mia che bonta’! Molte volte basta poco per essere felici, ed io lo sono.

Milena

Ricetta

Ingredienti: farina, uova, sale, cucchiaino di acqua tiepida, mollica di pane, brodo di carne, cubetti di prosciutto cotto, asparagi cotti

Si prepara la classica pastella per i tortelloni con farina, uova, sale e acqua tiepida in caso in cui la pastella risulti dura. Per il ripieno: a parte si prepara del brodo di carne si prende la mollica del pane si inzuppa nel brodo stesso, si trita il prosciutto cotto, si cuociono gli asparagi in acqua bollente e si tritano tenendo solo la parte morbida. Ora siamo pronti per mescolare tutti gli ingredienti per poter riempire i tortelloni. Si stende la pasta con un matterello  si fanno dei quadrati abbastanza grandi e si riempiono con il ripieno preparato. Quando i tortelli saranno pronti si fa bollire dell’acqua e si immergono fino a quando non saranno saliti in superficie. ed ora si possono condire a piacimento.

 

Ricostruire una città con acqua e farina

“… Ok, allora parti domani? Ti aspettiamo alla stazione di Mirandola!”. Attacchi il telefono, ti domandi come hai fatto a ridire l’ennesimo sì, che devi partire per un posto distrutto dal terremoto, che ha un nome simpatico, sonoro, che mi ricorda tanto “girandola”, ma che neanche sai dove sia… però domani parti… e ti ritrovi in un posto strano, pieno di polvere, farina, acqua e lacrime… attorno a un tavolo di una sala da pranzo enorme, con tante rezdore che mal si tollerano tra di loro, eppure stanno facendo i maccheroncini al pettine… chili di maccheroncini al pettine…. per combattere il terremoto… Questa è la vera ricetta di vita per me! Acqua, farina e lacrime per ciò che non si ha più. E coraggio in quantità per ricostruire con le proprie mani ciò che un terremoto ha distrutto.

Laura

Ricetta

Ingredienti: farina, acqua, un pizzico di sale e tanto coraggio.

Disponi tante rezdore attorno a un tavolo pieno di tante fontane con acqua e farina. Aggiungi coraggio, voglia di ricominciare a sognare e lacrime per ciò che non si ha più. Aggiungi dignità, rispetto e amore per le proprie tradizioni e il gioco è fatto!

 

 

Il Nocino

Sul davanzale della camera della cara nonna Fosca c’era sempre, d’estate al sole, un grande vaso di vetro che inondava di riflessi la stanza e conteneva un liquido scuro. Un giorno chiesi alla zia che cosa fosse e mi disse che era il nocino, che era un liquore da “grandi” e noi piccoli di casa non potevamo berlo.
Veniva bevuto dopo i pranzi importanti ed offerto agli ospiti.
Quando sono diventata grande anch’io, ho chiesto alla zia la ricetta del nocino e nel corso degli anni l’ho un po’ modificata, soprattutto nel tempo di infusione, che era rigorosamente di 40 giorni.
Le noci dovrebbero essere raccolte per S. Giovanni (il 24 giugno), ma se la stagione e’ molto calda si deve anticipare la raccolta perché  devono essere ancora prive del guscio interno.

Dolores, Associazione Culturale “L’Incontro”

Ricetta

Ingredienti: 35 noci (sempre un numero dispari), 1 litro di alcool, 650 grammi di zucchero, 350 grammi di acqua, 5 chiodi di garofano, 4 centimetri di scorza di cannella.

Tagliare le noci in 4 parti e metterle in un vaso di vetro a chiusura ermetica con l’alcool, la cannella e i chiodi di garofano. Tenere il vaso al sole il più possibile, scuoterlo spesso e metterlo in casa quando viene freddo. Ai primi di febbraio bollire l’acqua con lo zucchero per alcuni minuti e lasciare raffreddare. Filtrare il liquido del vaso e unirlo all’acqua e allo zucchero,  poi metterlo in una bottiglia scura con un tappo che chiuda benissimo. Tenere in un luogo buio per almeno un anno, meglio di più. Bere dopo i pranzi, anche se non “importanti”, perché è un piacere berlo e aiuta la digestione. E state sicuri che l’anno dopo i vasi sul davanzale al sole saranno 2, poi 3 ecc… E potrete anche fare un bel regalo ai vostri amici.

Profumo di bensone

La cucina di Dina era un punto d’incontro, di scambio di opinioni, ma soprattutto era un porto sicuro in cui approdare. Era il luogo delle certezze: sapevi che lei era lì a cucinare, con la fermezza di una donna che aveva alle spalle una famiglia numerosa. La cucina di Dina era come, un tempo, la posta dei cavalli: ti approvvigionavi ed imparavi come andava il mondo.
Era un modo per restare aggiornati non solo sulla famiglia, ma sugli avvenimenti del giorno, sui fatti di cronaca, sulle vicende politiche. Si parlava di tutto, come nei caffé letterari illuministici e poiché Dina era una donna “all’antica” solo nei sentimenti e nelle pratiche religiose, ma  molto attenta alle innovazioni della tecnica, aveva sostituito subito la moka con la prima macchina da caffé elettrica.
Ovviamente il caffé era sempre accompagnato da qualche dolce come crostate con marmellata di frutta fatta in casa, torta di mele o bensone ( ripieno o no di marmellata).
In casa di Dina il  dolce non era una prerogativa dei giorni di festa, ma una quotidianità, tanto che i giorni della settimana erano scanditi dai profumi di torte appena sfornate che si disperdevano per la palazzina.
Al sabato, il profumo di bensone divorava la tromba delle scale e quando entravi nell’appartamento al primo piano,  sapevi che sulla credenza della sala, c’era un bensone per ognuno dei figli. Avvolto in un burazzo che sapeva di bucato ed era stirato con una perfezione ed una cura inimmaginabile per un accessorio da cucina.
Anche i grembiuli che Dina indossava erano impeccabili, profilati con passamaneria  adeguata alla fantasia della stoffa. Era lei a confezionarli, con la stessa cura e perfezione con cui preparava i suoi dolci fragranti, che odoravano di buono. Primo fra tutti, “il bensone”, con quella granella di zucchero che lo ricopriva e che finiva immancabilmente nella bocca dei nipotini.

Marilena, Club del Fornello di Modena

Ricetta

Ingredienti: 1 kg di farina, 150 gr. di zucchero semolato, 2 uova + un tuorlo per spennellare, 75 gr. di margarina, 2/3 cucchiai di latte, scorza  grattugiata di limone, 1 pizzico di sale, 1 dose di lievito Bertolini, 1 busta di vanillina, granella di zucchero q.b. 

In una spianatoia mettere la farina, aggiungere lo zucchero ed impastare con le uova, la margarina ammorbidita ed il latte. Unire il lievito, la busta di vanillina ed il pizzico d sale.
Una volta ottenuto un impasto sufficientemente morbido, dare la forma voluta ( a ciambella o a filone), fare qualche incisione sulla pasta, spennellare con il tuorlo d’uovo e ricoprire di granella di zucchero. Sistemare sulla placca del forno ed infornare a forno già caldo. Cuocere a 180° per 20/25 minuti. Si può farcire, prima di mettere in forno, con marmellata di ciliegie o di amarene.

 

Le tagliatelle della domenica

Il pranzo della domenica ha avuto un ruolo determinante nella mia educazione. La domenica era considerata “sacra”, non solo perché era il giorno dedicato al Signore, quello in cui ci si metteva l’abito nuovo per andare a messa, ma anche perché era il giorno in cui la famiglia si riuniva attorno a una tavola in festa.
Noi bambini attendevamo la domenica come oggi si attende il Natale e via via che siamo cresciuti, io e mio fratello, con le rispettive famiglie,  abbiamo mantenuto l’usanza di trovarci a casa dei nostri genitori, la domenica a mezzogiorno.
Durante tutti quegli anni, il menu della domenica è rimasto invariato e il sabato mattina era il giorno in cui si faceva la pasta. Mentre mia madre preparava il suo “mitico” ragù bianco – un ragù delicatissimo, di carni bianche e senza soffritto, a cui in primavera, aggiungeva i piselli – Candida, la domestica, impastava la farina con le uova ed iniziava a danzare sulla sfoglia fino a tirarla sottilissima. Una volta ultimato il  “taglio” della pasta, mia madre compiva l’ultimo atto rituale: prendeva in mano i lembi delle tagliatelle, le faceva volteggiare in aria, le porzionava con cura su un vassoio e, dopo averle ricoperte  con un tovagliolo, le riponeva nella stanza più buia e fresca della casa.
Alla domenica, quando finalmente eravamo tutti a tavola, l’attesa delle tagliatelle non faceva che prolungarne il piacere. C’è un aneddoto che ha reso questo piatto immortale:
un giorno, in occasione della visita di alcuni clienti americani, mia madre, sicura di sfoggiare il suo piatto forte, aveva preparato le tagliatelle.
Appena il piatto fece il suo ingresso in tavola …. “ Spaghettiiii!” esclamò mister James Parker, sicuro del fatto suo,  mentre un  gelo profondo calava su tutti i membri della mia famiglia.
Quegli “spaghetti” finirono in un attimo e credo che sia stato  grazie a quel pranzo che gli americani iniziarono a conoscere questa prelibatezza della nostra tradizione emiliana.

Marilena, Soroptimist International-Club di Modena

Ricetta

Ingredienti: Ragù bianco: 160 gr. di polpa di maiale macinato,160 gr. di polpa di vitello macinato,160 gr. di petto di tacchino macinato,100 gr. di burro, due cucchiai di olio di oliva, una mezza cipolla, 1 o 2 bicchieri di latte, 1 bicchiere di brodo, 1 cucchiaino di conserva di pomodoro, ½ bicchiere di vino bianco. Piselli: gr.500 di piselli freschi ( o una confezione di piselli finissimi surgelati), ½ cipolla, 2 cucchiai di olio di oliva, una noce di burro, ½ scatola di pelati, 1 bicchiere di brodo.

In una casseruola rosolare metà cipolla con due cucchiai di olio e il burro. Una volta sciolto il burro, unire le tre carni macinate e cuocere a fuoco basso per 20 minuti circa. Via, via che il ragù si asciuga, aggiungere  il brodo necessario, la conserva di pomodoro, infine il latte. Continuare a cuocere per un’ora mettendo il coperchio e controllando che il ragù non si asciughi troppo. Aggiungere ½ bicchiere di vino bianco e lasciare cuocere ancora per altri 10/15 minuti senza coperchio. Togliere la cipolla prima dell’uso.
Soffriggere il burro, la mezza cipolla e l’olio con i piselli. Cuocere per circa mezz’ora, aggiungendo, via, via che i piselli si asciugano, il brodo necessario ed i pelati. Togliere la cipolla prima dell’uso.
Cuocere le tagliatelle per pochissimi minuti, scolarle e metterle in un’ampio piatto da portata, versando a cucchiai il ragù ed i piselli con ampie manciate di parmigiano reggiano ed acqua di cottura qb.

I macaroun con la custareina o pian custé

Mi stanno chiamando; sento il mio nome “Ester!” è la suora di turno che mi dice: “c’è tuo padre, vai a mangiare a casa”. Infatti, ecco il mio papà a cui chiedo subito il perchè dell’uscita dall’asilo in quella giornata che, ricordo ancora molto fredda e buia. “Tua nonna” mi dice:”Ha fatto i maccheroni conditi con la costarina in umido che ti piacciono tanto e, allora ti sono venuto a prendere”. Per me, la mia nonna Ermanda, ma per tutti la “nona armanda” era bravissima a fare da mangiare e a volte mangiavamo insieme e pi spesso di domenica. Tanti e tanti anni sono trascorsi, ma il ricordo dei suoi gustosissimi piatti rimane ancora. Non erano fini come quelli attuali che in tanti ci propongono, ma erano piatti unici, adatti per riunire la famiglia. Questo pensare mi porta quasi a vedere la sua possente figura destreggiarsi nella sua umile cucina e mi sembra ancora di sentire la sua forte voce che ci chiama: “Mitivmo a tevla cl’è tot prount e s’a psi magnè con d’la ptit”
(Mettetevi a tavola chè è pronto e, se potete, mangiate con appetito) ndr. Questo l’augurio che ci faceva ogni volta. “la ricetta della “nona Armanda” non si discosta da quella per fare il “ragù a la mudnesa” solo che al posto del macinato vanno messi i pezzi del “pian custè” tagliato “per la longa” (in verticale) ndr. e preventivamente sbollentato per alcuni minuti per togliere il grasso abbondante. Al giorno d’oggi, forse, questo non è più così necessario essendo i maiali molto più magri!

Ester, Associazione Culturale “L’Incontro”  e gruppo dialettale “Gli artisti poer caso”

Ricetta

Ingredienti: per 6 persone: 1,3 kg di costolette di maiale, 1 carota media, 1 grossa cipolla bionda, 1 gambo di sedano, 2 spicchi d’aglio, 1 scatola di polpa a pezzettoni o salsa di pomodoro da 400gr, 3 cucchiai abbondanti di olio di olvia extravergine, sale e pepe q.b.

Fate prima rosolare la costarina, tagliata a pezzi di circa 5 cm, in un pò di olio, sale e pepe. Dopo alcuni minuti passarla nel tegame della cipolla, carota e sedano e continuare a rosolare con l’olio finchè il tutto prenda un bel colore dorato. Aggiungere il pomodoro e continuare la cottura a fuoco moderato per circa due ore. Al bisogno aggiungere un pò d’acqua per non addensare troppo. Aggiustare con il sale. Lessare i maccheroni cotti in acqua abbondante e salata e, scolati, passarli nel tegame rigirandoli nel sugo.
Nel piatto da portata lasciate in bella vista le costolette e “S’a psi magnè con d’la ptit!!”